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Il gioco educativo

Il gioco ha sempre avuto un ruolo importante fin dai primi esordi della storia dell'uomo e per questo molti pensatori, filosofi e studiosi hanno riflettuto sull'argomento, cercando di definirne le particolarità.

Partendo da Aristotele, che riteneva il gioco un'attività e un'esperienza non finalizzata e produttiva ma utile per lo sviluppo della personalità e per l'allenamento della sfera cognitiva, si arriva a i pensatori dell'Ottocento come Fröbel, che si pone agli esordi della pedagogia e delle prime teorie sull'educazione nella prima infanzia. A cavallo del Novecento, le teorie sull'educazione degli infanti e sul valore educativo del gioco vengono portate avanti e diffuse da Maria Montessori e altri studiosi, come lo storico olandese Johan Huizinga. Egli scrisse un saggio dal titolo "Homo ludens", che definiva il gioco “fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale”. Le diverse teorie concordano nel ritenere il gioco un'attività vitale per il bambino, in quanto strumento fondamentale per il suo sviluppo psicologico, motorio e cognitivo, alla base della prima percezione di sé e della costruzione della propria identità personale.

Alla base del gioco

Se volessimo definire gli elementi caratteristici del gioco, inteso come attività ludica ed educativa, dovremo citare in primis la libertà: il bambino deve infatti essere libero di scegliere se e quando giocare, perché l'imposizione toglie la componente ludica e quindi il gioco stesso. Un bimbo, infatti, non sceglie di giocare per un motivo preciso ma solo perché è divertente. Il disinteresse nella scelta del bambino è dettato dal fatto che, soprattutto nei primi anni di vita, il gioco è percepito come un'attività fine a se stessa, che reca benessere e divertimento.

Solo in una seconda fase al gioco verrà attribuita una funzione sociale, individuandolo come uno strumento utile per interagire con gli altri bambini. Giocare insieme è la prima esperienza di socialità che sperimentiamo nell'età infantile; si tratta di un'esperienza positiva, che va incoraggiata e coltivata, perché può potenzialmente portare i nostri figli a sviluppare buone doti comunicative e sociali, insegnandogli anche il valore della collaborazione, della cooperazione, della solidarietà, dell'empatia e fornendogli un primo senso di appartenenza a un gruppo.

Il gioco, con le sue caratteristiche, i suoi tempi e le sue condizioni, è anche lo strumento primario con cui il bambino impara a conoscere, gestire ed infine controllare le proprie emozioni: la curiosità di provare un nuovo gioco, l'emozione di vincere o riuscire a superare una difficoltà, la soddisfazione del traguardo raggiunto, la frustrazione della sconfitta o del primo insuccesso, sono solo alcune delle sensazioni che gli si presenteranno mentre gioca. In questo senso il gioco diventa una vera e propria palestra per il carattere e, essendo organizzato secondo delle regole, a prescindere dalle quali viene meno l'esistenza stessa del gioco, è un esercizio di ubbidienza e rispetto, che sicuramente potrà avere dei risvolti positivi dal punto di vista, non solo dell'educazione, ma anche del senso civico e della maturazione sociale.

Infine, soprattutto in famiglia, il gioco può diventare un virtuoso strumento di educazione e comunicazione, per migliorare e consolidare il legame affettivo tra genitori e figli e anche una positiva forma di competizione tra fratelli.

Giochi e gioco educativo

Alcuni potrebbero obiettare che tutti i giochi possano insegnare qualcosa, tuttavia un gioco può essere definito veramente educativo solo nel caso in cui contenga dei contenuti educativi presentati in maniera esplicita e sia stato pensato per trasmetterli al fine di raggiungere un preciso obiettivo di crescita del bambino.

Comunemente si dice che un gioco educativo non è un semplice strumento di svago ed intrattenimento perché consente al bambino di imparare qualcosa di nuovo, o di chiarire un concetto poco noto, o di rafforzare le proprie conoscenze, secondo modalità differenti da quelle in cui tradizionalmente avviene l'apprendimento.

Attraverso il gioco educativo, infatti, il trasferimento del concetto da apprendere non avviene in maniera diretta, sentendoselo spiegare dagli adulti, che siano i genitori o gli insegnanti, o apprendendolo leggendo un testo scritto, ma avviene in una maniera indiretta, attraverso un percorso ricco di attività ed esperienze particolari e coinvolgenti.

Secondo il tipo di gioco e dei contenuti che vuole trasmettere, tale percorso esperienziale sarà diverso e conterrà gli stimoli necessari ad aiutare il bambino ad apprendere e memorizzare i concetti che costituiscono la base educativa del gioco. Tali stimoli possono essere i più diversi ed in genere invitano il bambino a scopriresperimentare, creare qualcosa di originale, il tutto condito da una forte componente ludica.

È proprio tale componente, la chiave per aprire la mente dei bambini, aiutandoli ad assimilare e a fissare più profondamente nella propria memoria le esperienze fatte durante i passaggi e i momenti del gioco e, assieme ad essi, i concetti per cui il gioco stesso è stato creato.

È questione di equilibrio

Perché un gioco educativo abbia successo e quindi raggiunga gli obiettivi formativi per i quali è stato pensato, è importante che la componente didattica e ludica che lo compongono siano perfettamente bilanciate tra loro. Questo perché, se la componente educativa risulta troppo prevalente su quella ludica, il gioco risulterà troppo simile a un esercizio di studio pieno di numeri e parole privi di fascino e colore, e finirà per non attirare o annoiare il bambino. Se, al contrario, sarà la parte ludica a essere troppo prevaricante, con una dose eccessiva d’immagini, foto, materiali, accessori e una carenza di contenuti e interattività, si correrà il rischio di perdere il fine educativo di tale attività, venendo meno le componenti e i passaggi chiave che lo renderebbero utile ai fini di un progetto di crescita.

L'equilibrio e la commistione tra queste componenti saranno fondamentali, soprattutto per far percepire il gioco come un attività indicata per il proprio tempo libero, come un oggetto amato da ricercare anche senza il suggerimento dei genitori e da preferire rispetto ad altri come momento di divertimento.

Stadi di sviluppo del gioco

In quanto strumento di crescita e formazione, il gioco educativo potrà avere obiettivi differenti, misurati in base alla fascia d'età dei bambini a cui si rivolge, e intenderà sviluppare determinate capacità ed abilità, siano esse di tipo motorio, come la coordinazione, o intellettivo, come la memoria e l'associazione di idee.

Starà quindi ad ogni educatore scegliere un gioco che sia, non facile o difficile, ma adatto all'età dei bambini a cui è rivolto e calibrare la quantità di stimoli, regole e metodi educativi in base alle loro caratteristiche ed esigenze.

In generale possiamo dire che il gioco si sviluppa per stadi o fasi, che vanno all'incirca di pari passo con quelle di sviluppo del bambinoall'inizio il gioco si basa solo ed esclusivamente sul principio del piacere e del divertimento e poi, in un secondo momento, sopraggiunge la capacità di attribuirgli un significato.

Dalla nascita ai 2 anni, abbiamo il primo stadio che corrisponde ai giochi di esercizio, volti a sviluppare le capacità e l'intelligenza senso-motoria. A quest'età i bambini giocano per divertimento, ripetendo continuamente gli stessi movimenti, senza stancarsi di tale ripetitività. Si può andare dall'interazione con semplici giocattoli, come macchininetrenini e peluche, al calciare un pallone, magari nell'ambiente protetto della propria casa o del proprio giardino, ai primi giochi musicali, che riproducono i versi degli animali della fattoria. Già in questa prima fase, possiamo proporre ai nostri figli i primi giochi educativi, spesso rappresentati da giocattoli interattivi o libri per l'infanzia, che li aiutino a riconoscere semplici forme, colori, personaggi e animali.

Dai 2 ai 7 anni, con l'incremento dell'attività celebrale, si sviluppa un'intelligenza pre-operatoria, per cui il bambino inizia a comprendere la realtà che gli sta intorno ed avverte il desiderio di rappresentarla a suo modo. In questa fase sperimenta il gioco simbolico avvalendosi di diversi strumenti: dalle rappresentazioni fatte con carta, matite e pennarelli, alle prime storie inventate con protagoniste le proprie bambole e propri pupazzi, al primo assemblaggio di costruzioni di legno o di plastica come i lego, al primo approccio con i puzzle da molti pezzi e con i giochi di tipo memo, per allenare la memoria e il ragionamento. In questo momento si esercitano anche le sue doti creative, con i primi approcci agli strumenti musicali, e la fantasia è all'apice, per cui qualunque oggetto può trasformarsi simbolicamente in un altro ed essere usato per giocare.

A partire dai 6-7 anni fino agli 11-12, il bambino è in grado di fare piccoli ragionamenti e di comprendere ed accettare il concetto di regola. Anche se inizialmente tenderà ad aggirarle o a rivolgerle a suo vantaggio, con il tempo capirà la natura stabile e la funzione delle regole, guadagnandone anche a livello di coinvolgimento nel gioco stesso.

Soprattutto a questa età, i bambini iniziano a sentire fortemente il bisogno di eventi di socialità e il desiderio di interagire con i propri coetanei; un regalo che possiamo fare loro, è fornirgli tali occasioni di confronto, proponendogli uno sport, che inizialmente sarà vissuto come un gioco, o un'attività alternativa da svolgere in compagnia. In Italia e in molti altri paesi, a partire da questa età, una scelta indicata per arricchire l'infanzia e il bagaglio personale di vostro figlio e per smuoverlo dal passare le giornate seduto davanti alla tv, può essere lo scoutismo, il movimento educativo per eccellenza. Basato sul gioco educativo, sull'imparare facendo, sulla vita all'aperto e in mezzo alla natura, sul lavoro di squadra e sull'esempio positivo, tale movimento utilizza tutte le forme del gioco e del racconto per educare i bambini e i giovani di tutto il mondo a crescere e diventare dei buoni cittadini, votati al servizio verso il prossimo e verso la società.

Dopo gli 11 anni il bambino è diventato quasi un ragazzo, ha interiorizzato e capito il senso delle regole, è in grado di fare dei ragionamenti complessi e di elaborare molte informazioni e può quindi passare al gioco di seriazione e classificazione. Può essere quindi il momento di introdurre i giochi da tavolo, i giochi di società e anche i giochi elettronici fruibili tramite computer.

Se non se ne abusa, la tecnologia può, infatti, essere un prezioso supporto per l'educazione alla creatività e un utile sostegno per l'apprendimento: in commercio e in rete sono, infatti, disponibili sia giochi creativi, che possono introdurre i nostri figli al mondo della musica, all'arte di disegnare e scrivere e alla conoscenza delle lingue straniere come l'inglese, sia giochi didattici, che possono rivelarsi un nuovo approccio allo studio e alle materie di scuola. Tali soluzioni innovative invogliano i ragazzi a studiare e a dedicarsi alla libera scrittura e alla lettura, molto più del metodo d’insegnamento frontale tradizionale.

Anche strutturare i compiti in classe come se fossero giochi a quiz, con delle domande sulla lezione di geografia o dei problemi creativi da risolvere sui teoremi scientifici della scorsa lezione, può essere un buon modo per sfruttare le caratteristiche del gioco a favore dell'apprendimento scolastico. Se lo studio della storia o della matematica può essere fatto divertendosi, magari interagendo con dei video didattici su un tablet, imparare diventerà un piacere, e lo stesso può valere per i giochi scientifici e linguistici.